Seleziona una pagina
Con pacifica irruenza già nella sua Lettera agli artisti Giovanni Paolo II aveva posto il capitale interrogativo: «Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte, ma l’arte ha bisogno della Chiesa?». Vasta questione e profondo dilemma, che gira il coltello nella piaga di quella che è la modernità e la sua volontà (o ossessione) di liberarsi dai “pregiudizi” della fede. Sull’Osservatore Romano Antonio Paolucci, direttore dei Musei vaticani, ha scritto che «la Chiesa per molti secoli ha saputo guardare al mondo delle arti con spregiudicato coraggio. Ne ha accettato gli stili, li ha vivificati e trasfigurati con i suoi contenuti, senza per questo mortificare o condizionare le ragioni dell’arte. Che sempre, nei secoli che precedono la modernità, è stata messa in condizione di esprimere la sua sovrana autonomia. Poi, a far data dall’Ottocento, la Chiesa si è chiusa in difesa, non ha più saputo né voluto rischiare confronti con i movimenti artistici che devastavano e sconvolgevano il mondo». 
Tuttavia, proprio oggi, «poiché grande è il disordine sotto il cielo – spiega Paolucci a Tempi – la situazione è eccellente per agire». La strada da seguire è chiara, spiega il professore, «è quella indicata nel recente incontro con gli artisti da Benedetto XVI, la via pulchritudinis», e richiamata ancor prima dai suoi predecessori Giovanni Paolo II e Paolo VI, «il Papa che, meglio di ogni altro, è stato consapevole di questa apparente incolmabile frattura e che tuttavia seppe richiamare gli artisti alla loro vera missione, quella che, per usare ancora le parole di Benedetto XVI, si esplicita nel compito di essere “custodi della bellezza”».
Bellezza, è questo il centro gravitazionale cui attorno tutto ruota. Nel suo discorso, Benedetto XVI l’ha richiamata più volte, ricordando che Hans Urs von Balthasar aprì la sua Gloria. Un’estetica teologica con la frase «la nostra parola iniziale si chiama bellezza», che Fedor Dostoevskij ritenesse che l’umanità potesse vivere senza scienza e pane, «ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere», perché – ha detto Ratzinger – è lei che «richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza». «La bellezza – chiosa Paolucci – è necessaria alla condizione umana. La Chiesa cattolica lo ha sempre richiamato e su questa convinzione ha saputo giocare spregiudicati azzardi. Fra i mille esempi che si potrebbero elencare e di cui questo “museo diffuso” che è l’Italia è testimonianza viva, citerò solo quello che accadde a Roma nel 1508. Papa Giulio II vi chiamò due giovani artisti per dipingere la Cappella Sistina e la Stanza delle Segnature. Michelangelo aveva 32 anni, Raffaello 25 anni. La Chiesa è sempre stata amica dell’arte e degli artisti, fidandosi della loro libertà espressiva: si pensi solo alla Morte della Vergine di Caravaggio, o al fatto che il cristianesimo, figlio dell’ebraismo, la più feroce religione aniconica dall’antichità, ha saputo seguire un’altra strada, quella del “vero visibile”, evitando anche la riduzione a ieroscrittura dell’islam che tutto condensa nella cifra e nel segno». La religione della carne, del logos fatto uomo, «è all’origine dell’arte occidentale. Senza quella che io chiamo la “bulimia” del cristianesimo, il suo vorace desiderio di imparare, valorizzare, riutilizzare tutto, oggi non avremmo le nuvole di Giovanni Bellini, i riflessi nello specchio di Jan Van Eyck, la Canestra di frutta di Caravaggio, la Zattera di Medusa di Géricault».
Oggi, invece. «Oggi viviamo in un’epoca di blackout, in cui persino l’immagine del crocifisso è considerata sconveniente. Tutto è depurato, decurtato, liofilizzato. La bellezza è ridotta a eccitazione sessuale oppure a consolazione effimera. Gli uomini non sanno più cosa e a chi chiedere. Ci siamo abituati a un’idea di bellezza come bene di consumo, figlia di un’idea di uomo che è tautologica: io sono quel che sono, e basta». Lo si può appurare anche sul versante artistico, con opere che sono figlie della paura e della vergogna di affrontare grandi e millenari interrogativi che sappiano andare al di là della contingenza. «A volte, è come rintracciabile una sorta di imbarazzo negli artisti e lo constatiamo nell’osservare quest’arte moderna disarticolata e ripetitiva, ridotta a spettacolo e scandalo. Oggi, persino un Morandi o un Buzzi faticherebbero a imporsi».
L’origine dell’allontanamento tra arte e fede, spiega Paolucci, ha inizio nell’Ottocento, «quando il pensiero prende altre strade e purtroppo anche la Chiesa si chiude in difesa, attestandosi su stili tradizionali come cercando una consolatoria rassicurazione di fronte a quei movimenti che mettevano il mondo a soqquadro». Così s’è consumato il divorzio e l’arte cristiana ha scelto «di disertare il mondo della contemporaneità artistica, inabissandosi come un fiume carsico. Oppure – è il fenomeno di cui tutti ai nostri giorni siamo testimoni – aprendosi alle forme di un caotico eclettismo che cerca di tenere insieme astrazione e figura, novità e tradizione, liturgia e funzione, segno e messaggio».

L’incarnazione del possibile
Il compito è oggi quello indicato da Benedetto XVI agli artisti: tornare a custodire la bellezza. «Ricucire lo strappo – prosegue Paolucci – è impresa ardua, ma non impossibile, come comprese con acutezza già Paolo VI che volle che proprio qui, nei Musei vaticani, fosse aperto un luogo per l’arte moderna in cui trovassero spazio artisti come Bacon, Morandi, Buzzi. Quello è stato un primo aggancio con la modernità per superare la frattura». Perché, poi, se si ripercorrono le parole di Benedetto XVI si constata che non v’è spazio per la ritirata dal mondo, che nulla ripiega verso le blandizie di un’arte tranquilla e omertosa dell’umano dramma. Anzi. Benedetto XVI ha richiamato le parole del pittore Georges Braque secondo cui «l’arte è fatta per turbare», e anche Paolucci richiama «quel che è il vero scopo dell’arte: rendere testimonianza della religiosità che è insita in ogni grande spirito: lo stupore per il creato, gli affetti, i supremi interrogativi di fronte alla nascita e alla morte, le contraddizioni, le sofferenze. Non importa che l’artista non sia credente o persino ateo, egli fa arte religiosa se sa introdurci in questa realtà. è un aspetto su cui c’è molto da imparare, anche in ambito cattolico, affinché il cristianesimo non si riduca a nostalgia o folclore». Che gli artisti tornino al bello, perché, come diceva Simone Weil «il bello è la prova sperimentabile che l’incarnazione è possibile».


di Emanuele Boffi